La testa perduta di Damasceno Monteiro di Antonio Tabucchi

La testa perduta di Damasceno Monteiro di Antonio Tabucchi è una storia noir che inizia col macabro ritrovamento di una testa decapitata. A trovarla, nel Parco Municipale in cima alla collina della città di Porto, è uno zingaro, il Manolo, e a ricostruire la verità dei fatti è Firmino, un giovane giornalista dell’Acontecimento, testata giornalistica della città di Lisbona. Porto - vista del fiume Douro

E’ un agosto degli anni Novanta, Lisbona è sottosopra per i cantieri che la preparano all’Esposizione Internazionale del 1998. Firmino è alle prese con il rientro dalle ferie. Nei suoi pensieri desiderio e necessità di tornare in redazione e rimettersi al lavoro. E’ un entusiasmo che si auto-impone in realtà, lo aspetta un ambiente claustrofobico sia negli spazi sia nella monotonia delle relazioni con i colleghi.

Ogni tanto sogna di essere giornalista a Parigi. Parigi, le grandi riviste, gli inviati speciali, i viaggi nel mondo. Tipo giornalista cosmopolita. A volte a Firmino venivano idee così, cambiare la sua vita una volta per tutte, una scelta radicale, un colpo di testa. Ma il problema era che non aveva un soldo e che i biglietti aerei sono cari. E Parigi anche.

E poi c’è quel progetto letterario incompiuto: un saggio sul romanzo portoghese del dopoguerra. Porto vista da Vila Nova De GaiaMa varcata la soglia del giornale, Firmino viene immediatamente catapultato nell’ufficio del direttore e il giorno dopo, seppur controvoglia, è già sul treno per Porto spedito nella città lusitana come invitato speciale del caso Monteiro.

Gli anni Novanta sono ancora l’epoca in cui bisogna darsi un appuntamento o stare fermi in un posto e aspettare per ricevere una telefonata. Un giornalista deve arrivare il prima possibile in loco, trovare i contatti giusti, incontrare personaggi-chiave vis a vis, recuperare tutte le informazioni utili a scrivere in fretta e furia un articolo da mandare in stampa prima di sera, per una tiratura straordinaria del quotidiano.

Con una flemma che sa di indolenza, ingenuità e soggezione, Firmino da solo non prenderà grandi iniziative, agirà limitandosi a dar corso ai dictat del caporedattore, ascoltare le conoscenze di Dona Rosa e seguire i consigli che trae dalle ampollose arringhe di uno strano avvocato dei disgraziati. Tutti incontri ed elementi che si riveleranno cruciali per l’inchiesta giornalistica e per far luce e giustizia sull’omicidio di Damasceno Monteiro. IMG-20180110-WA0019

Il romanzo è una storia che nasce da fatti realmente accaduti, annotati in una post fazione dallo stesso Tabucchi. Lo stile della narrazione è asciutto, brevi digressioni, che spaziano dalla storia del Portogallo alle logiche della giustizia, sono concesse solo all’avvocato Loton.

Un libro che, senza perdersi in descrizioni da romanzo dell’ottocento, immerge il lettore nella città di Porto (nel testo Oporto, altro nome con cui italiani e inglesi chiamano la città). Mentre Firmino è impegnato a ricostruire i fatti, qua e là ci sono case, vie, bottegai e artigiani, il fiume Douro, la Ribeira, locali notturni sull’oceano, cantine di Vila Nova De Gaia e specialità del palato, come la trippa e il vino. Porto vista da Vila Nova De Gaia

Sotto di lui, alla fine del declivio, brillava il fiume Douro nel sole obliquo che stava nascendo tra le colline. Due o tre barconi di mercanzie che venivano dall’interno e che si dirigevano verso Oporto avevano le vele gonfie, ma sembravano immobili sul nastro del fiume. Trasportavano botti di vino per le cantine della città, il Manolo lo sapeva, un vino che poi si sarebbe trasformato in bottiglie di Porto e avrebbe preso le vie del mondo.

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La testa perduta di Damasceno Monteiro di Antonio Tabucchiultima modifica: 2018-02-06T17:16:29+00:00da lesenedelase
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