E ora riparto dai miei luoghi

C’è chi la chiama ancora fase2, chi fase2 bis, chi ripartenza. Si procede per gradi ma adesso ci è concessa più libertà e io riparto dai miei luoghi: un abbraccio a Bergamo, la mia città, e una camminata sul Monte Pora.mura Bergamo

Il 18 maggio le serrande dei negozi si sono rialzate, all’appello mancano piscine, palestre, cinema e teatri ma anche loro, dicono, ora possono fare il conto alla rovescia. Cara Serena, cara me stessa dell’epoca prima del #iorestoacasa, di nuovo ti scrivo perché adesso il mondo si è davvero rimesso in movimento e finalmente siamo liberi di andare dove vogliamo – ognuno nella propria regione – senza più posti di blocco e un’autocertificazione con esigenze di spostamento prestampate.

Mettere piede fuori casa è meno semplice di quel che sembri, il mondo somiglia ad una ragnatela di regole e accorgimenti, si ricomincia un po’ da capo per qualsiasi cosa ed è difficile concedersi il lusso della fretta. Ed io, cara Serena, cara me stessa prima dell’epoca del #iorestoacasa, ammetto che il primo giorno di questa riapertura mi sono sentita spaesata, molto di più di quando è scattato il lockdown.

È come se non ci fosse più nessuno a difenderci. Politici e istituzioni sono impegnati a far decollare l’economia e a pianificare le prossime fasi. Mentre loro litigano e si accusano l’un l’altro di quel che è stato e di quel che potrà essere, noi torniamo ad uscire, a mescolarci agli altri quasi dappertutto, con l’equilibrio di un funambolo sospeso sulla linea invisibile e immaginaria che separa il pericolo dall’essere al sicuro.

Diminuiscono i ricoveri di persone gravi in ospedale e con essi anche le persone che muoiono, ma non siamo ancora al conto zero. A Bergamo muoiono circa cinque persone al giorno e in Italia più di cento. Giornalisti, politici ed esperti ci ricordano tutti i giorni che questo lento ridursi del bollettino di guerra è una vittoria solo a metà perché è il risultato, dicono, di quel che è già stato, è la scia della fase1, quella del tutto chiuso e tutti a casa di marzo, aprile e metà di maggio.

Fuori ci si muove su una sottile lastra di vetro per svegliarsi dal torpore di tanto tempo in casa. È come imparare di nuovo a camminare o riabilitarsi da una lunga convalescenza. Ora possiamo uscire liberi, ma dobbiamo ricordarci che fuori casa ogni persona, conosciuta o non, continua ad essere un potenziale nemico, è un rischio in più di contagio. Entrare in un bar, sedersi dal parrucchiere o salire su un autobus e stare attenti alle distanze e ad ogni cosa che tocchiamo con le mani è complicato e stressante.

Viviamo a due velocità: la spinta della voglia di uscire e il freno delle mille precauzioni da prendere. Convivere con il virus significa accettare il paradosso di una libertà fragile, organizzata in ordinate code, percorsi obbligati, distanze di sicurezza, turni e prenotazioni obbligatorie, da maneggiare con mascherina e mani sempre igienizzate.

Io lavoro ancora da casa e uscire adesso è l’imperativo che risponde al bisogno di staccarsi da un luogo che per più di due mesi ha dovuto stipare in sé troppe cose: l’ufficio, la chiesa, il ristorante e la palestra. Ora camminare o prendere la bici deve portarmi ben oltre i dintorni. Pochi giorni di libertà e già sono andata in Città Alta per riabbracciare Bergamo dalle mura. Oggi invece mi sono alzata presto e, come facevi tu quasi ogni sabato prima del #iorestoacasa, ho preso finalmente l’auto e sono andata a guardare la Presolana dal Monte PoraMonte Pora primavera

Tornare nei miei luoghi, che ancor più erano anche i tuoi, dopo questi due mesi abbondanti è strano. In città mancano i turisti e alcune serrande sono ancora abbassate con la scritta chiuso dall’8 marzo fino a data da destinarsi. Sul Monte Pora invece la neve ha lasciato il posto ad un immenso tappeto verde dove ho potuto camminare quasi da sola. In città sembra che questo tempo non sia mai trascorso, è come se si vivesse nell’attesa che questi due mesi tornino per poterli recuperare. Il Monte Pora invece, l’ultima volta l’ho visto il 7 marzo, il giorno prima che scattasse un lockdown che mai avrei immaginato. Quel giorno splendeva di un bianco abbondante per la gioia di sciatori, ciaspolatori e della mia passione per le camminate nella neve. Oggi era di un verde talmente brillante e deserto da far pensare che l’inverno più recente fosse stato tanti anni fa.

Cara Serena, cara me stessa dell’epoca prima del #iorestoacasa, questa volta ti ho scritto perché ripartire con un abbraccio ai nostri luoghi è stato un momento importante. Il lavoro da casa continua a farmi godere del vento favorevole di una vita meno frenetica e la casa è ancora, senza dubbio, il luogo più sicuro per preservarsi da questo virus. Spiazza vedere una città a cui manca una buona dose di movimento e il Monte Pora d’improvviso così verde sembrava un altro luogo senza la neve. Che ci si accorga o no il tempo scorre e in qualche modo ora si inizia a tornare nel mondo. Questa fase mi insegna che la prudenza è necessaria, sì, ma pian piano bisogna tornare anche alla vita.

© Riproduzione riservata – Immagini de La Sere

E ora riparto dai miei luoghiultima modifica: 2020-05-23T23:49:14+02:00da lesenedelase
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